IFF10 — 2007, la prima edizione

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“Alla prima edizione di IRISH FILM FESTA abbiamo presentato December Bride di Thaddeus O’Sullivan, tuttora il mio film irlandese preferito”

Susanna Pellis, direttore artistico

 

IRISH FILM FESTA, 1a edizione
8-11 novembre 2007

Adam & Paul, Lenny Abrahmson (2004)
The Butcher Boy, Neil Jordan (1997)
December Bride, Thaddeus O’Sullivan (1989)
Disco Pigs, Kirsten Sheridan (2001)
The Honeymooners, Karl Golden (2004)
Mickybo & Me, Terry Loane (2005)
Omagh, Pete Travis (2004)
Pavee Lackeen – The Traveller Girl, Perry Ogden (2005)
Studs, Paul Mercier (2006)
The Tiger’s Tail, John Boorman (2006)

 
“I film del nostro festival affrontano temi sorprendentemente attuali e scelgono modi di rappresentazione diversissimi fra loro. Ma ciascuno di essi immerge in un’atmosfera profondamente e inconfondibilmente irlandese; e tutti insieme mostrano come questo cinema, uscito da decenni di colonizzazione artistica, rappresenti oggi appieno la propria specificità culturale risultando, al tempo stesso, attraente anche per il pubblico internazionale”.

(dal catalogo della 1a edizione di IFF)

Tre domande a… Paddy Cahill, regista di Seán Hillen Merging Views

Intervista a Paddy Cahill - Sean Hillen Merging Views - Irish Film Festa

 
Mentre crea i suoi bellissimi collage fotografici, l’artista Séan Hillen parla del suo lavoro e di una recente scoperta personale: Seán Hillen, Merging Views è un cortometraggio documentario che vedremo in concorso alla 10a edizione di Irish Film Festa (dal 30 marzo al 2 aprile, Casa del Cinema).

Ce ne parla il regista Paddy Cahill.

 

Perché hai scelto di realizzare un documentario su Seán Hillen?

Sono un ammiratore del lavoro di Seán Hillen da molto tempo, ma solo l’anno scorso, quando sono stato da lui per comprare una delle sue opere con l’intenzione di regalarla, ho capito di volergli dedicare un film. Così gli ho scritto per chiedergli se sarebbe stato disponibile a prendere parte a un documentario. Anche il passato di Seán è molto interessante, e meriterebbe un documentario a sé, ma per Merging Views sono stato particolarmente affascinato dalla casa/studio in cui crea i suoi splendidi lavori.

 

Tutto il film è ambientato in una piccola stanza: come hai lavorato sulla composizione delle inquadrature e sul montaggio?

In casa con Seán durante le riprese c’eravamo solo io e il direttore della fotografia Basil Al Rawi. Per me era molto importante avere una troupe ristretta, e comunque in quella stanza non c’era molto spazio! Ho deciso che Seán avrebbe dovuto parlare e rispondere alle domande solo mentre lavorava, per far sì che non sembrasse la classica intervista documentaristica. E poi in questo modo Basil poteva comporre delle inquadrature molto belle posizionandosi proprio alle spalle di Seán.

 

Quanto sono durate le riprese?

La pianificazione, a fianco del produttore Tal Green, è stata piuttosto lunga, ma le riprese vere e proprie sono durate appena una notte. Volevamo che gli spettatori provassero le nostre stesse sensazioni, come se una sera fossero capitati in questa casa molto particolare, su una qualunque via di Dublino, e si fossero fermati a guardare Seán creare una delle sue opere.

 

Tre domande a… Graham Cantwell, regista di Lily

Intervista a Graham Cantwell - Lily - Irish Film Festa

 
L’adolescente Lily affronta le insidie della vita scolastica in compagnia del suo amico Simon, eccentrico ma molto leale. Quando un equivoco con la bella e popolare Violet la costringe a subire un violento attacco, Lily è di fronte a una grande sfida.

Lily è un cortometraggio a tematica LGBT, già premiato al Galway Film Fleadh 2016, che vedremo in concorso alla 10a edizione di Irish Film Festa (30 marzo – 2 aprile, Casa del Cinema).

Ne abbiamo parlato con il regista Graham Cantwell, che è stato nostro ospite già nel 2014 con una bellissima masterclass di recitazione e con il lungometraggio The Callback Queen. La protagonista di quel film, Amy-Joyce Hastings, ha un piccolo ma importante ruolo anche in Lily.

 

Come hai scelto i giovani attori di Lily?

Abbiamo aperto un casting per giovani attori a Dublino, e la risposta è stata straordinaria. Ci ha dato la possibilità di incontrare alcuni dei migliori giovani interpreti del paese per i ruoli di Lily, Simon, Violet e Emer.

Appena Clara Harte è arrivata per sostenere il provino abbiamo capito subito di aver trovato la nostra Lily: c’è in lei una meravigliosa combinazione di intelligenza e vulnerabilità. Ho scelto invece Leah McNamara per la parte di Violet solo vedendo la sua foto: era perfetta. Speravo che sarebbe stata anche brava, e per fortuna lei e Clara si sono dimostrate fantastiche già durante l’audizione.

Per quanto riguarda Emer, la bulla della storia, Hallie Ridgeway ha fatto suo il personaggio fin dal primo ciak. Il casting per Simon è stato il più difficile. Abbiamo incontrato dozzine di giovani attori bravissimi, ma nessuno possedeva quelle particolari caratteristiche che cercavo per Simon. Dean Quinn è comparso proprio all’ultimo momento e ci ha salvati, riuscendo a cogliere tutte le qualità di Simon: il suo grande cuore, il suo spirito insolente, la sua natura protettiva.

Formato il cast, ci siamo dedicati alle prove, e in particolare abbiamo preparato con molta cura la scena dell’attacco a Lily. Clara e Dean hanno legato subito, ponendo la base per la buona riuscita del film. Sul set c’erano poi interpreti di lunga esperienza come Amy-Joyce Hastings e Paul Ronan, che hanno aiutato i ragazzi a migliorarsi e portare a termine un ottimo lavoro.

 

La storia contiene molti riferimenti alla vita scolastica e alle abitudini degli adolescenti: gli attori sono stati coinvolti anche nel processo di scrittura?

La sceneggiatura è stata scritta molto prima, però abbiamo lavorato a lungo sui dialoghi durante le prove, e, familiarizzando con i personaggi, gli stessi attori hanno dato il loro contributo facendoli completamente propri.

Ci siamo anche confrontati con associazioni giovanili e abbiamo fatto leggere la sceneggiatura sia a vari membri della comunità LGBT irlandese per avere un riscontro, sia ad alcuni ragazzi per essere sicuri che tutto suonasse autentico. Durante le riprese la sceneggiatura è stata ulteriormente adattata tenendo conto dei suggerimenti che venivano dagli attori.

 

La musica è molto presente in Lily e sottolinea spesso i momenti più carichi dal punto di vista emotivo: come hai lavorato con il compositore Joseph Conlan?

Conosco Joe da tempo, fin da quando abbiamo collaborato per The Callback Queen, e ormai abbiamo messo a punto un processo di lavoro che funziona piuttosto bene.

Lui vive a Los Angeles, quindi lavoriamo molto da remoto, via Skype e con le email. È difficile spiegare a parole quale effetto si vuole ottenere da un brano musicale, penso sempre a quella citazione di Elvis Costello secondo cui “parlare di musica è come ballare sull’architettura”. Con Joe discuto soprattutto di sensazioni ed emozioni, delle reazioni che vorrei gli spettatori avessero di fronte a certe scene, e Joe suggerisce gli strumenti da usare. Poi inizia a comporre, sovrapponiamo la musica alle sequenze del film e insieme decidiamo gli aggiustamenti da fare. Ha un orecchio straordinario e una grande capacità di comprendere il racconto, la prima versione dei suoi brani si avvicina sempre molto a quello che sarà poi il risultato finale, così le nostre conversazioni raramente toccano gli aspetti tecnici, ma si concentrano piuttosto su dettagli impalpabili, sulle sensazioni. Mi ritengo fortunato di avere Joe come collaboratore e spero di lavorare ancora con lui.

 

Tre domande a… Tristan Heanue, regista di Today

Intervista a Tristan Heanue - Today - Irish Film Festa

 
Un uomo si sveglia nella sua automobile, è disorientato, non ricorda come sia finito lì in mezzo al nulla: Today è uno dei cortometraggi in concorso alla 10a edizione di Irish Film Festa (dal 30 marzo al 2 aprile, Casa del Cinema).

Ne abbiamo parlato con il regista Tristan Heanue, che compare come attore in altri due corti selezionati per la competizione di quest’anno: Gridlock e Blight. In Today dirige invece gli straordinari John Connors e Lalor Roddy.

 

Le interpretazioni di John Connors e Lalor Roddy sono davvero potenti: come hai lavorato con loro su questi ruoli così impegnativi? E come mai hai scelto di non apparire nel film, pur essendo anche tu un attore?

Con John Connors avevo già discusso a lungo del personaggio, dal momento che lui faceva parte del progetto prima ancora che scrivessi la sceneggiatura: gli avevo proposto la scena iniziale e gli era piaciuta subito, così quando gli ho detto che mi sarei occupato della regia, ma non avrei recitato, mi ha fatto sapere che sarebbe stato felice di avere lui la parte. Quando siamo arrivati sul set John era già preparatissimo.

Con Lalor Roddy invece ho avuto a disposizione meno tempo, ci siamo incontrati solo il giorno prima dell’inizio delle riprese, ma conoscevo bene il suo straordinario talento d’attore ed ero convinto che avrebbe saputo far suo il personaggio ed interpretarlo nel migliore dei modi. Non abbiamo fatto prove, perché volevo conservare un senso di estraneità tra John e Lalor, e infondere così freschezza e spontaneità alle loro scene. Hanno dimostrato di avere un grande rispetto l’uno per l’altro, entrando in connessione a un livello profondo, tanto che a volte mi sembrava di barare perché non avevo praticamente bisogno di dirigerli, ma del resto è ciò che accade quando lavori con grandi attori: li collochi nel giusto ambiente e li lasci recitare.

Non ho mai pensato di essere adatto per interpretare il protagonista, fin dal primo momento ci ho visto John. Avevamo già lavorato insieme per un altro cortometraggio, e avevamo avuto la possibilità di parlare a lungo di salute mentale e delle nostre esperienze. Insomma, doveva essere lui. In questo modo mi sono anche potuto concentrare al massimo sulla regia, ci tenevo molto visto che per me era la prima volta.

 

Dove è stato girato il film?

A Derryinver, dalle parti di Letterfrack in Connemara, nella contea di Galway. La fattoria che si vede nel film è di mio padre e la strada passa proprio sotto la casa, insomma non abbiamo dovuto spostarci molto per raggiungere le location.

 

Puoi dirci qualcosa su Eimear Ennis Graham che ha curato la fotografia?

Eimear è stata importantissima, ho scelto di averla con me per questo progetto fin da quando ho deciso che mi sarei occupato della regia. Siamo amici e ammiro molto il suo lavoro, è stato fantastico collaborare con lei. Mi è stata di grande aiuto perché, come regista esordiente, avevo bisogno di una persona a cui poter fare qualunque domanda senza timore.

E vorrei citare anche Paddy Slattery, il produttore: ha creduto da subito nel progetto ed è riuscito a coinvolgere dei professionisti bravissimi. Sono stato fortunato ad averlo al mio fianco, mi ha dato fiducia anche nei momenti in cui tutto mi sembrava impossibile.

 

Tre domande a… Sinéad O’Loughlin, regista di Homecoming

Intervista a Sinéad O’Loughlin - Homecoming - Irish Film Festa

 
Un giovane, tornato da poco in Irlanda, è alla faticosa ricerca del suo posto nella vita. L’incontro con una persona amica gli fa sperare che qualcosa stia cambiando: Homecoming è uno dei quindici cortometraggi in concorso alla 10a edizione di Irish Film Festa (30 marzo – 2 aprile alla Casa del Cinema).

Ne abbiamo parlato con la regista Sinéad O’Loughlin.

 

Homecoming è stato girato nella contea di Wicklow: le tue scelte di regia sono state influenzate dal paesaggio?

Ho deciso fin dalle prime fasi di scrittura che la storia si sarebbe svolta nel Wicklow, perché vengo da lì, è il luogo che conosco meglio. Homecoming è il mio primo lavoro cinematografico, ho una formazione teatrale e scrivo racconti: con queste premesse, in effetti è strano che abbia scritto un cortometraggio tutto ambientato all’aria aperta!

Ho avuto la fortuna di ottenere dei finanziamenti dal Wicklow County Arts Office, che mi ha anche dato la possibilità di lavorare con il direttore della fotografia e montatore Daniel Keane. Dan ha colto subito il senso del mio progetto, l’ho capito da come ne parlava.

Volevamo mostrare la drammatica bellezza dell’ambiente rurale, ma anche, per contrasto, il duro lavoro che la terra richiede ogni giorno.

Un’altra ragione per girare a Wicklow è stata la possibilitò di usare la fattoria di mio padre come location per le riprese. Il paesaggio lì è meraviglioso e siamo stati anche piuttosto fortunati con il tempo atmosferico, che ha risposto bene alle nostre necessità. Il primo giorno, ad esempio, c’era questa nebbiolina fantastica e Dan ne ha approfittato cominciando immediatamente a girare quella che poi sarebbe diventata l’inquadratura iniziale del corto.

 

I dialoghi sono molto importanti nel film: ci racconti qualcosa del tuo processo di scrittura?

Amo il modo in cui noi irlandesi parliamo, le espressioni che usiamo, il nostro ritmo. Parto sempre dai dialoghi, anche quando scrivo racconti.

Homecoming è nato come testo teatrale composto da un solo atto: si intitolava Wake e l’ho scritto all’università nel 2009. Si trattava sostanzialmente di una conversazione tra Mick e Aoife in seguito a un lutto: Aoife sta per andare al college mentre Mick sta pensando di partire per l’Australia.

Amo molto anche gli adattamenti, così quando si è presentata la possibilità di realizzare un cortometraggio, ho pensato: perché non tornare dagli stessi personaggi, otto anni dopo, e vedere cosa è successo? Il tempo è passato, le loro vite hanno preso strade diverse, ma questo nuovo incontro li fa scoprire ancora molto legati alle proprie radici e al passato. Ero consapevole dell’importanza dei dialoghi, ci ho riflettuto molto. Così tanto che quando finalmente mi sono messa a scrivere, la prima bozza completa è venuta fuori di getto. Non mi era mai capitato prima.

A quella prima stesura è seguito un lungo lavoro di revisione, per togliere tutto il superfluo. La scrittura per i cortometraggi in questo senso è un esercizio utilissimo, Dan poi è stato irremovibile sulla durata del film e gli sono grata per questo. Anche perché, al cinema, bisogna lasciare spazio agli aspetti visivi e alle interpretazioni degli attori non si può essere troppo attaccati alla propria scrittura.

Tu, come autore, scrivi un dialogo in un certo modo, lo dirigi in un certo modo, ma poi gli attori possono introdurvi elementi completamente nuovi, ed è fantastico. Varie battute sono state riscritte direttamente sul set, se al momento di recitarle non suonavano abbastanza credibili. Volevo che tutto suonasse naturale, anche nella forma. E gli attori sono stati bravissimi. C’erano delle battute, in sceneggiatura, che non mi sembravano così importanti, e che invece ora sono le mie preferite proprio per come David Greene e Johanna O’Brien le hanno fatte proprie.

 

L’emigrazione sembra essere ancora una questione delicata in Irlanda.

Sì, ed è strano perché oggi spostarsi è molto più semplice, le persone vanno e vengono, è più facile mantenersi in contatto grazie a Internet, ma l’assenza di chi è andato via si percepisce ancora molto forte, soprattutto nei piccoli paesi. Io stessa ho un fratello che vive in Australia e una sorella nel Regno Unito. Tra l’altro mio fratello era tornato a casa, per poi partire di nuovo dopo un anno, proprio un paio di settimane prima che iniziassi a girare Homecoming. Confrontarmi con lui è stato fondamentale per la scrittura di Homecoming, anche considerando che lui ha sei anni meno di me e quindi le sue esprienze sono diverse dalle mie. Ho anche preso in prestito i suoi vestiti per David!

Io stesso sono emigrata in Canada per un periodo ma non mi trovavo bene. Sono partita nel 2007 e tornata l’anno successivo, quando le cose in Irlanda iniziavano a non andare bene economicamente: io tornavo e tutti gli altri si preparavano ad andarsene! È frustrante, senti la pressione di dover lasciare il tuo paese, e ascolti le storie di chi ce l’ha fatta, e di come la qualità della vita là sia migliore. Attraverso il film ho voluto esplorare proprio queste senzasioni. Nel caso di Aoife, lei se n’è andata per costruire una nuova vita e scappare dal dolore, ma si porta dentro la preoccupazione per la madre; Mick invece prova una profonda frustrazione, perché è rimasto indietro e se ne rende conto.

Tre domande a… Niamh Heery, regista di Pause

Intervista a Niamh Heery - Pause - Irish Film Festa

 
Una donna in stato confusionale arriva su un’isola per affrontare il proprio passato. Mentre riascolta vecchi nastri registrati in famiglia, l’ambiente che la circonda prende nuova vita: il dramma Pause è uno dei cortometraggi in concorso alla 10a edizione di Irish Film Festa (dal 30 marzo al 2 aprile alla Casa del Cinema di Roma).

Ne abbiamo parlato con la regista Niamh Heery.

 

Il sonore è molto importante in Pause: come hai lavorato su questo aspetto?

Quando Eva arriva sull’isola capiamo subito che per lei si tratta di un ritorno al passato, così ho voluto giocare con la struttura narrativa del film senza però ricorrere ai classici flashback. Un altro aspetto che ho dovuto tenere in considerazione durante la scrittura di Pause è stato il budget, praticamente inesistente: da un punto di vista logistico non potevo proprio permettermi di trattenere dei bambini e un padre sull’isola per tutta la durata delle riprese. Perciò ho dovuto ingegnarmi per trovare una soluzione creativa ed ecco l’idea delle vecchie audiocassette.

Penso che la nostalgia sia un elemento cinematografico molto potente, se usato nel modo giusto, e i suoni sanno agire a livello sensoriale per riportare alla mente dei ricordi. Molti di noi, da bambini si sono divertiti con le audioregistrazioni, quindi ho pensato che fosse una maniera efficace per suggerire quel senso di passato, di distacco temporale che stavo cercando. Abbiamo registrato le tracce audio con due bambini fantastici, cugini tra loro, Aobha Curran e Cian Lynch, mentre Alan Howley, che interpreta il padre, lo conoscevo già grazie a un precedente lavoro. Lui è padre anche nella vita, ed è stato bravissimo nel creare un rapporto paterno con i bambini, fondamentale per marcare il cambio di tono che avvertiamo nelle registrazioni della seconda parte.

 

Dove è stato girato il cortometraggio?

Su Inishbiggle Island, nella contea di Mayo sulla costa occidentale dell’Irlanda. Ho desiderato girare un film su quell’isola dalla prima volta che ci sono stata. I miei genitori hanno comprato la piccola casa che vediamo nel film diversi anni fa, e a quel tempo Inishbiggle aveva ventisette abitanti, oggi ridotti a meno di venti a causa del progressivo invecchiamento. Nella zona si parla prevalentemente gaelico e il paesaggio mantiene un aspetto grezzo, incontaminato. Le persone che vivono lì sono state molto accoglienti con la troupe e Mícheál, che lavora realmente come traghettatore sull’isola, è stato davvero carino ad accettare di prendere parte al film. Tutto molto reale!

 

Come hai scelto Janine Hardy per il ruolo di Eva?

Avevo già lavorato con Janine in altre tre occasioni. Ci siamo conosciute grazie a un provino per un video molto delicato che stavo girando sul tema delle violenze domestiche, e successivamente l’ho voluta in Our Unfenced Country, il primo corto che ho realizzato per RTÉ.

Come attrice, Janine ama andare a fondo, discutere a lungo e, se necessario, cambiare il suo approccio nei confronti del personaggio. Per me è fantastico, perché mi permette di individuare i punti da migliorare in sceneggiatura ancora prima di iniziare le riprese. Mi piace lavorare con gli stessi attori più volte, se sono bravi e se ne ho la possibilità. Sul set non è sempre facile trovare il tempo per costruire la fiducia necessaria tra attore e regista, soprattutto se si affrontano argomenti delicati: in questo senso, decidere da subito che sarebbe stata Janine a recitare la parte di Eva mi è stato di grande aiuto.